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leduefaccedellaluna
non siamo solo quello che mostriamo
30 gennaio 2017
Doveva succedere?

Come può un incontro casuale generare un tale fracasso nella mia mente e nel mio cuore dove già da tempo regna una tale confusione? Eppure ...

E’ successo durante una serata spensierata con amici, iniziata anche un po’ in sordina, con qualche sbadiglio di troppo tra un passo e l’altro di danza dopo aver sorseggiato una mezza bevanda alcolica. Ormai quasi tutti avevano lasciato il locale, che solitamente non frequento, e le luci, che poco prima saltellavano psichedelicamente come lampi nella notte, si stavano acquietando, ritornando drasticamente a rischiarare in maniera diffusa l’ambiente. Ero sul punto di abbandonare la pista, come sempre per ultima, e raggiungere i miei amici e il mio Lui ai divanetti, quando mi si avvicina impacciato un tipo con un bicchiere in mano che mi rivolge la parola nel frastuono generale.

Credo di sentirgli dire “Posso chiederti di ballare con me?”.

E subito penso, visto che già mi era capitato “… questo adesso vuole lezioni di ballo da me. Uffa. E tra l’altro fuori tempo massimo. Si lo so, ci so fare, ma non sono mica una maestra!” .

In realtà ha ripetuto al mio “... Cosa??” che voleva solo “parlare” con me. Beh, questo non mi era ancora capitato.

“Sono un bravo ragazzo” mi fa. “…di sani principi morali”.

“Non lo metto in dubbio” gli faccio io… sorridendo e cominciando a capire che quello era un tentativo maldestro di approccio… a cui pensavo di porre fine lì seduta stante.

Poi aggiunge serio “…a tratti filo vaticano”.

“Filo che??”…gli faccio io incredula… e poi… ”… No… allora no… Filo vaticano no!” fingendo di essere scandalizzata e tenendogli il gioco.

E lui, accennando un sorriso, aggiunge “Scherzavo! Vorrei solo ragionare un po’ con te. Posso chiederti come ti chiami?” E per rassicurarmi interrompe il mio silenzio aggiungendo “ Io mi chiamo xxxxxxx”

Rimango per la seconda volta sorpresa sentendogli pronunciare quel nome.

”Davvero??” … e sto per aggiungere che è il mio nome maschile preferito… ma lui continua specificando anche il suo cognome con fierezza, mentre si accarezza i capelli portandoli su di un lato.

“E tu come ti chiami?”

Ho titubato qualche secondo… anche se in altri casi avrei subito trovato il modo di soprassedere e mantenere il mio proverbiale riserbo. E poi, che senso aveva alimentare quella conversazione? Io stavo andando via, con il mio Lui! Ma l’ho guardato negli occhi per un po’, sorridendo e tradendo una certa tenerezza e alla fine l’ho pronunciato... il mio nome. Lui l’ha ripetuto guardando in alto quasi volesse memorizzarlo. Non contento, ha voluto sapere anche il mio cognome ed io per correttezza ho pronunciato anche quello. Poi mi ha chiesto di dov’ero e ha fatto del sarcasmo sulla mia città. Ho sorriso senza ribattere.

“Sai che sei una strafiga?”

Io: ”Ah si? …ma grazie!” come volessi dire… “… ma dai, non dovevi! Grazie!”

“Si. Sei diversa dalle altre. Questi capelli…questi occhioni…Marroni??”

Io gli ho fatto cenno di no col capo e mi sono girata a favore di luce per aiutarlo a capire… pensando tra l’altro “…adesso che il locale si illumina a giorno magari cambierà idea sulla strafiga”.

Finalmente ha intravisto il colore e poi ha aggiunto: ”ah…con questi capelli…e questi occhi…sei davvero particolare”.

Ho cominciato a divertirmi sul serio tra l’imbarazzo e il timore che qualcuno del mio gruppo si avvicinasse a noi proprio in quel momento. Ci stava provando spudoratamente… ed io ero spudoratamente curiosa di sapere fin dove sarebbe arrivato.

“Sai cosa mi ha colpito di più e che trovo estremamente erotico in te?”

Ho strabuzzato gli occhi: ”Cosa? … Il culo?” gli ho risposto a bruciapelo, convinta di precederlo di qualche istante.

Lui, senza scomporsi, mi fa “No, no… sarebbe troppo scontato. Queste sopracciglia qua…”

“Un uomo davvero astuto” devo aver pensato divertita. ”…geniale. Sa come colpire le donne per farle sentire uniche”. Il fatto è che, lo ammetto, ha fatto un certo effetto anche su di me. E’ riuscito ad essere imprevedibile. Magari è il suo cavallo di battaglia per rimorchiare, chissà.

In quel momento ho capito che ormai non c’era più tempo per noi. Dovevo fermarlo appena possibile.

Così l’ho ringraziato ancora dei complimenti... e lui mi fa:

“Più che grazie dovresti dirmi che sono un uomo coraggioso” .

Ed io incalzando “Hai ragione, soprattutto perché io non sono qui da sola” e ho ammiccato con gli occhi verso la zona dove erano i miei amici ad aspettarmi, dandogli due pacche di conforto sul braccio, quello che non reggeva il bicchiere che ha comunque vacillato.

Ci ha pensato un po’ su e poi ha aggiunto “Ah! Questo proprio non l’avevo messo in conto”.

Ero convinta che ormai sarebbe finita lì. Dovevo andare. Ma lui non si è rassegnato affatto e ha aggiunto:

“Adesso lui verrà qui con l’ascia!?”.

L’ho tranquillizzato: “Non temere. E’ un tipo flessibile”.

Ha corrucciato la fronte come se non gli tornasse qualcosa. Poi, cercando la mia complicità, si è girato di spalle al mio gruppo e mi ha detto, senza perdere l’aplomb:

“Allora ragioniamo… Io potrei essere un tuo amico di classe, no?”

Stavo per scoppiare a ridere. L’ho guardato per benino scuotendo il capo “No, non credo. Mi sembri più piccolo”

“Quanti anni mi dai?”.

L’ho riguardato, socchiudendo gli occhi ”…mhhh…trentotto?”

“Brava!”

“Ah, trentotto davvero?”

“Quasi. Quaranta”. “ Qundi? Potremmo essere andati a scuola insieme? Magari in due sezioni diverse, no?”

“Beh…si. Potremmo aver frequentato la stessa scuola… nello stesso quinquennio.”

“Allora magari possiamo sentirci su facebook, no?”

“Eh no. Io non sono su facebook.”

“Allora su whatsapp!”

A quel punto gli ho sorriso un po’ amareggiata. Dovevo dargli il mio numero di telefono e sapevo che non sarebbe mai successo. “No.”

“Dai, tutti hanno whatsapp! Non puoi non avere whatsapp!”

“No, mi spiace.”

“Perché no??”

“Sono una donna di sani principi morali”. Poi malinconicamente ho aggiunto: “Mi spiace, sei arrivato troppo tardi. Dovevi arrivare qualche annetto fa.”

Per un breve lasso di tempo mi è sembrato dispiaciuto e meravigliato allo stesso tempo. Ma non si è dato per vinto.

“Aspetta, aspetta xxxxx!”.

“Devo andare ora. Mi aspettano loro.”

“Sono stato coraggioso o no?”

“Certo. E per questo ti stimo molto” gli ho detto dandogli un’altra pacca consolatoria sul braccio e assicurandolo con un sorriso.

“E se poi ti lasci con lui?”… ha aggiunto in un estremo tentativo di persuadermi.

Già . E se poi mi lascio? In effetti non aveva tutti i torti. Tutto è possibile nella vita… ne so qualcosa.

“Ho una buona memoria” gli ho detto mentendo… “ In quel caso… ti terrò presente”. Ma stavolta non mentivo.

L’ho lasciato lì col bicchiere in mano e sono andata verso i miei amici senza mai voltarmi. Con la coda dell’occhio ho però notato che lui è tornato verso il bancone del bar, da dove era partito goliardicamente lasciando solo, ad aspettarlo, un amico che, mi ero accorta, mentre parlavamo, ci scrutava sornione sorridendo.

Ora… a quante donne non farebbe piacere ricevere ogni tanto delle avance gentili, seppur spudorate? Soprattutto se è un donna di una certa ormai, che ogni giorno riscontra su di sè i segni inesorabili del tempo… che sono come potenti picconate alla sua già precaria autostima.

Quindi, dovrei limitarmi a ricordare l’evento con piacere e magari sorriderci su con il mio Lui, come ho fatto subito dopo quando, uscendo dal locale mi ha chiesto chi fosse, convinto che io lo conoscessi. Gli ho raccontato la verità divertita, ma lui lo era meno, anzi ha aggiunto “Se lo avessi saputo gli avrei spaccato la testa. Ho una gran voglia di farlo da un pezzo”. E’ un po’ stressato ultimamente, in effetti. L’ho rimproverato ricordandogli che lui mi piace proprio perché è diverso dagli altri maschioni dai modi di fare preistorici. Ma forse non aveva poi tutti i torti ad essere infastidito.

A distanza di settimane io ancora ci penso. Ricordo perfettamente il nome e cognome del tipo, io… che ho poca memoria (sarà l’età che avanza) ed ogni parola che ci siamo detti. E’ sembrata un’infinità ma credo si sia trattato di scarsi dieci minuti di conversazione. Magici però.

Era da tempo che non mi emozionavo e divertivo così.

Non posso mentire a me stessa. Mi piacerebbe conoscerlo meglio. L’ho trovato divertente, tenero e spudorato allo stesso tempo. E ha avuto coraggio davvero. Di solito io gli uomini li allontano, quasi li spavento. Perciò mi colpiscono quelli che vanno oltre le apparenze, che buttano giù il muro.

Sento che con lui potrebbe esserci del feeling.

Conosco il suo nome e la sua città e la mia curiosità mi ha spinto a cercare altro su di lui, i cui dati sono facilmente reperibili sul web, al contrario dei miei (...ha provato anche lui a rintracciarmi?). Per certi aspetti quello che ho trovato in più su di lui me lo rende ancora più interessante. Io potrei persino contattarlo se volessi.. . “Ma che cazzo ti viene in mente?” mi sono detta appena l’ho pensato. “In un’altra vita forse… se non ci fosse Lui”.

Già, Ma come posso solo pensarci? Eppure l’ho fatto. Follia e incoerenza pura (… non ero io quella dai sani principi morali??). Contattarlo perché poi?… Solo per fargli sapere che è stato divertente e che l’ho trovato interessante e che mi piacerebbe approfondire la nostra conoscenza? Certo certo… Con quale fine???

Pazzia! Non voglio tradire il mio uomo, l’unico da cui mi sento veramente amata su questa terra, ma la verità è che di notte sogno una vita parallela… in cui mi sia possibile vivere questa cosa, che non so cosa sia. E’ peccato? Significa che io non amo il mio Lui? E perché continuo a stringerlo di notte, a cercarlo? E’ solo paura di perdere le mie uniche certezze? Già, lo Sconosciuto mi intriga, mi attira e poi ha dimostrato quella capacità dialettica e quell’ironia di cui purtroppo sento la mancanza nel mio compagno. Mi piacerebbe poter parlare ancora con lui, conoscerlo meglio. Capire com’è davvero, se è simile a me come ho intuito.

Ma poi… ragiono, magari sto mal interpretando la cosa, ingigandendola alquanto. Magari lui non si ricorda neanche più di me. Il tipo era semplicemente brillo (l’ho ha notato anche il mio compagno) e voleva rimorchiarne una prima che finisse la serata (pare guardasse con interesse la mia amica). E messo che anche da lucido e alla luce del sole io possa piacergli davvero, che ci farebbe con una più grande di lui (... seppur di qualche anno) se non solo del sesso occasionale?

Perché noi donne diventiamo subito delle sceneggiatrici appena ci capita qualcosa di particolare?

Eppure nel mio film succede che lui riesce sorprendentemente a contattarmi ed io col tempo cedo alle sue lusinghe… o che, copione alternativo, il destino magicamente ci dà un’altra possibilità di incontrarci. A quel punto, potrei pensare che… doveva succedere.




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13 giugno 2016
RIFLESSIONE 14 (la selva oscura)
“Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
ché la diritta via era smarrita.”


Più passa il tempo, più qualcosa in me marcisce. Crisi di mezza età?
Mi scopro ogni giorno più triste, rancorosa, irascibile, insomma brutta. In pratica mi detesto. Non mi sopporto più (e perché dovrebbero farlo gli altri?). Mi chiedo come ho fatto a diventare quello che ho sempre disprezzato. Sono come un corpo svuotato di anima, di forza vitale, di gioia di vivere. Mi accorgo di essere diventata anche invidiosa. 
Certo, l’invidia è un sentimento molto comune, e credo che non esista nessuno che non l’abbia provato almeno una volta nella propria vita, magari senza esserne consapevole. Ma io comincio a viverla come qualcosa di patologico. D’altronde, cosa ci si poteva aspettare da una persona che nella vita ha sofferto perché sin dalla nascita si è sentita diversa, “anormale”, non desiderata come avrebbe voluto, fino a maturare l’idea di essere indegna, non meritevole, non abbastanza per tante cose; una persona che crescendo ha constatato di essersi illusa parecchie volte (in amore, in amicizia, sul lavoro), collezionando innumerevoli insuccessi e pochissimi successi (un destino?) e di trovarsi ormai, con un pugno di mosche in mano, su di una strada senza uscita, dove tutto odora di fine e ogni tentativo di rivincita sembra vano, dove il tempo di vivere è finito e resta solo quello di sopravvivere e l’unica cosa che matura è l’angoscia. Il tempo scorre inesorabile e nulla cambia. Ogni sforzo è vano come quello di Sisifo. La selva è sempre più oscura e labirintica.

Cosa c’è in me che non va? Perché io non riesco? Perché la mia vita non procede come le altre? Sono sempre stata una persona orgogliosa, ho creduto in me più di una volta (forse troppo?), convinta che alla fine, perseverando nell’impegno, mi sarei riscattata. Tutto si sarebbe risolto con un lieto fine. Sii buona, impegnati e vedrai che le cose andranno come devono. Il brutto anatroccolo si sarebbe trasformato in cigno. C’è stato un periodo nella mia vita in cui ho subito, lottato, rinunciando a molte cose, voluto e ottenuto (ricordo che i miei motti erano “Volere è potere” e “Volli, volli, fortissimamente volli” ). Poi, però, mi sono accorta che quello che volevo non voleva me, oppure ho capito che non era quello che pensavo fosse, che non mi faceva stare bene davvero. Forse Il mio errore è stato questo: ho perseguito a lungo con testardaggine la strada intrapresa pur sapendo che non era quella giusta, perché mi costava abbandonare il percorso in quel momento, ricominciare. E poi da dove? Mi sono lasciata precipitare nelle sabbie mobili delle illusioni. Ma le disillusioni sono dei macigni che ti trascinano ancora più a fondo.

Ogni tanto penso di non aver fatto altro nella mia vita che andare nella direzione opposta, scegliere percorsi lunghi e tortuosi per non arrivare mai, quasi volessi impedirmi di essere felice. Perché? Credo davvero di non meritarmelo? Mi sono sabotata? Ho voluto punirmi quasi mi sentissi in colpa per essere nata? Centra qualcosa il fatto di aver saputo già da piccola che mia madre sia stata costretta dai suoi a sposarsi perché aspettava me e che la vita matrimoniale si sia trasformata in un inferno fino alla rottura? Io e mia sorella ci siamo sentite un peso, soprattutto per nostra madre, che aveva altre aspettative di vita (oggi la capisco). O sono solo sciocchezze, semplici elucubrazioni mentali, alibi?
Oggi allo specchio vedo una persona che non sa più cosa vuole, pessimista, vittimista, eccessivamente critica. Cosa può ottenere mai una persona di tal fatta da se stessa e dalla vita? Soprattutto se diventa sempre più invidiosa, non nel senso di maligna (odio il discredito e il pettegolezzo, so riconoscere i meriti altrui e distinguerli dalla semplice fortuna e in fondo non voglio il male di nessuno) ma di persona che soffre nel constatare che, a differenza sua, gli altri sanno vivere, riescono a realizzarsi, ad evolversi, ad essere felici. Ad essere normali.

Sono consapevole (ma questo non mia aiuta) che la disfatta, in fondo, me la sono cercata perché sono diventata sempre più una persona piena di paure, estremamente ansiosa, oltre che pigra e rassegnata al peggio, che non fa altro che compiangersi e aspettare che le cose cambino da sole, o che qualcuno porti aiuto. 
O è qualcosa di radicato in me? Posso sbarazzarmene, sono ancora in tempo per farlo? Come faccio a cambiare davvero, a realizzare me stessa? Sono anni che me lo chiedo ma non ci riesco, anzi tutto diventa più difficile.

Quanto di me posso e devo modificare senza rischiare di snaturarmi? Un verme è un essere vivente, solitamente disprezzato da noi umani, ma non è colpa sua se è nato sotto quella forma. A noi appare brutto e indegno di stare al mondo al punto che ci viene spontaneo di schiacciarlo. Per l’universo è una creatura favolosa e utile come tutte le altre.
Una persona che nasce quadra perché deve (se può) diventare tonda? E’ giusto che lo faccia, o finga di esserlo, per sopravvivere? Siamo noi a non saperci accettare per quello che siamo o è la società che subdolamente non accetta i più deboli e i diversi, pur, ipocritamente, giudicando male chi li emargina? La società ci vuole sani, belli, fieri, simpatici, ottimisti, brillanti, estroversi, dinamici, operativi, costruttivi… in una parola “fighissimi”. Chi dice il contrario è un ipocrita! Ma siamo tutti così? 
Chi nasce con qualche disabilità fisica o mentale, chi semplicemente è brutto o stupido per natura, timido e pauroso per indole, introverso e malinconico per carattere, è destinato necessariamente a fallire, ad essere emarginato dagli altri? Sarà realmente trattato, amato, desiderato, come le persone che la società riconosce vincenti? Non si fa altro che dire “sii te stesso”, ma la società ci accetta davvero per quello che siamo? E noi ci accettiamo di conseguenza?
Io non mi accetto, evidentemente. Ma poi mi chiedo, perché devo mortificarmi e modificarmi se non rientro nell'identikit della persona vincente, se, per esempio, sono una persona riflessiva, poco pratica, se non riesco facilmente a scendere a compromessi, se sono tendenzialmente distratta, lenta come una tartaruga (per pigrizia, svogliatezza o perché aspiro a fare le cose al meglio), se non amo il rischio, se sono chiusa, discreta e molto selettiva nei rapporti con gli altri, forse per questo antipatica, se la mia immagine e il mio carattere non rientrano nei gusti comuni, se spesso e volentieri mi faccio condizionare dagli altri perché do loro fiducia, autorevolezza, più di quanto ne dia a me stessa? Sono stata spesso criticata per questo mio modo di essere, di fare, fino al punto da sentirmi sbagliata, guasta, colpevole di esserlo, fino al punto da non avere tanta stima di me. Questo mi ha reso sempre più insicura, indecisa, confusa. Questo mi ha bloccata e mi ha resa un vuoto a perdere. 



permalink | inviato da lunainpiena il 13/6/2016 alle 13:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
6 maggio 2016
E' così che ti frega

La vita mi appare sempre più bizzarra.

Come si può passare da un momento in cui, per una frazione di secondo, ti sfiora l’idea di saltare giù da una finestra aperta per caso, ad un momento, poche ore dopo, in cui desideri continuare a godere all’infinito del sole che ti accarezza la pelle, durante una passeggiata senza meta? 

Che senso ha, poco dopo aver pensato che si può fare a meno di tutto perché nulla ha senso, desiderare tanto un oggetto che casualmente appare in una vetrina perché è tale e quale a come lo volevi e cercavi inutilmente da anni?

E’ così che la vita ti frega. Come un amato che ti fa soffrire non ricambiando il tuo amore, e non si cura di te finché non si accorge che stai per rinunciare a lui, così fa di tutto per riconquistarti e tenerti ai suoi piedi.




permalink | inviato da lunainpiena il 6/5/2016 alle 8:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
8 aprile 2016
Il lato positivo del fallimento

Beh, da falliti non è che si viva poi così malaccio. La mattina ci si sveglia quando si vuole, si fa colazione in totale relax (mandando al diavolo un qualsiasi avventore temerario ) e poi si decide, con comodo, quello che si preferisce fare durante la giornata ( a meno di qualche straordinario impegno di lavoro). Per esempio, io, ieri mattina, mentre i più si dimenavano affannosamente per assolvere ai propri doveri quotidiani, sono uscita amenamente a farmi una lunga camminata in compagnia di buona musica, lontano dal caos delle strade urbane, a godermi i primi alberi in fiore e un tiepido sole che però mi ha colorito graziosamente il viso. Poi sono rientrata a casa senza l’assillo di dover badare a bambini o ottemperare alle noiose faccende domestiche, spesa compresa, visto che non ho figli e vivo ancora con mia madre la quale si prodiga a fare la casalinga da quando è in pensione, per dare un senso alle giornate (beata lei). Dopo un gustosissimo pranzo mi sono rilassata a letto, immergendomi in un’ottima lettura e facendo qualche incursione sul web. A volte di pomeriggio riesco a fare anche un pisolino rigeneratore e magari dopo ho anche il tempo di uscire, sempre che la pigrizia non offuschi la mia buona volontà. Potrei restare a casa a poltrire indisturbata fino a cena. La sera è il momento della giornata che più preferisco perché i sensi di colpa si assopiscono (ormai la giornata è finita, che vuoi fare più?). L’ideale è trascorrerla gustando una simpatica cenetta per poi vedere un bel filmetto, abbandonata tra le braccia del mio lui. Qualche coccola e poi sotto le coperte, calde e profumate, aspettando che la notte mi inghiotta e non mi risputi più.




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15 marzo 2016
Zombie
Sono morta. Sì, è conclamato. E’così da due anni, o forse più a pensarci bene. Ma una parte di me continua ad essere, senza senso, con testardaggine.
E’ solo inerzia? Un briciolo di istinto di sopravvivenza? O è paura di spegnere l’interruttore e rimanere al buio irreversibilmente?
Eppure non passa giorno in cui io non ci pensi a quell’interruttore.
Cosa sono diventata? Mi verrebbe da dire uno zombie. Uno zombie è un morto che cammina, è un essere che ama unicamente la vita degli altri, di cui si nutre avidamente. Io, ora, sono solo questo. Un morto condannato al cannibalismo. Sono perché mi nutro di altre vite. Semplicemente le osservo, le spio, le immagino, le lascio andare e poi le rincorro, fino a renderle il senso del mio esistere.
Gli altri vivono, io no.
Gli altri si muovono, io sono ferma. 
Provo un perverso piacere nel vedere altri vivere piuttosto che vivere.
Forse cerco negli altri quello che io non ho, o che ho perso inesorabilmente, l’attaccamento alla vita, l'istinto di sopravvivenza, l’amor proprio, una identità, un senso.
Sono corrotta. Io non so che farmene di me. Non mi interesso così quanto sembrano interessarmi gli altri. Sento di non meritarmi la vita. Sono malata? Sono depressa? Me lo chiedo spesso ma credo sia qualcosa di diverso dalla depressione, qualcosa di più profondo, radicato, un convincimento.
Spesso, troppo spesso, avverto una sorta di stanchezza, indolenza, come se tutto mi fosse indifferente, come se tutto fosse poco interessante, inutile, una ragione non sufficiente per vivere. Come se mi chiedessi in continuazione “E’ tutto qui?”. Questa dimensione non mi appartiene?
Non esiste un senso ed io non riesco a inventarmene uno.
E tante volte ho pensato “perché io che non merito la vita ci sono, sono inutilmente sana, ed altri, che saprebbero cosa farsene dell’esistenza, che amano la vita come è naturale sia, altri, invece, sono sopraffatti da un triste destino?”. 
Sono arrivata a questa conclusione: la vita non ha senso in sé ma è estremamente beffarda. Non si usa dire "l'ironia della sorte?"



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6 maggio 2014
LA MIA STELLA E' MORTA



permalink | inviato da lunainpiena il 6/5/2014 alle 16:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
DIARI
13 gennaio 2014
Quest’anno mi porterà fortuna. Lo sento!
Se immaginare il cambiamento, visualizzandolo in maniera chiara nella propria mente, è un primo atto verso la sua realizzazione, bhè, allora sono pronta davvero. Ho chiaro in testa cosa voglio ora dalla mia vita. Non che prima non lo volessi ma avevo timori, titubanze, dubbi che mi frenavano. Adesso i miei progetti non sono solo fantasie ma “cose da fare”.Voglio un figlio e voglio condividere la mia vita con il mio compagno in uno spazio tutto nostro, la qual cosa non escluderebbe (il chè è una notizia!) il matrimonio a cui sono tendenzialmente allergica (in realtà le modalità con cui realizzare questi progetti sono di secondaria importanza per me). Ovviamente i progetti sono pienamente condivisi dall’altra parte della mela. Altro progetto su cui lavorare è più che altro un impegno con me stessa. Sarà banale, e per certi versi superfluo, ma io voglio poter essere me stessa in ogni secondo della mia vita. Insomma voglio usare il meno possibile maschere, voglio smettere di fuggire o avere costantemente paura di non essere accettata, capita, amata per quello che sono, nel bene e nel male (che sono la materia di cui tutti siamo fatti). Questo significa che devo cominciare ad accettarmi io per prima senza desiderare di essere altro da ciò che sono, magari la copia di qualcuno. Io sono originale, ho un mio stile di stare al mondo che mi rende unica e questo è già di per sé un valore: ho un mio modo di essere da sola e con gli altri, ho gusti che mi contraddistinguono, specifiche esigenze, desideri e repulsioni. Ho attitudini e propensioni che mi spingono a trovarmi a mio agio in determinati contesti, con determinate persone e facendo determinate cose. Nello stesso tempo sento di avere limitazioni, anche forti, in altri ambiti e difficoltà a relazionarmi con un certo tipo di persone. Essere secondo natura significa “assecondare” quell’energia che è dentro di noi che spinge per trasformarsi in qualcosa senza che prima noi le diamo indicazioni. Significa essere con semplicità, senza sforzo, senza complicazioni. Io ho sempre sofferto il giudizio degli altri sin da piccola, a partire da quello dei miei genitori. Il timore di dire o fare qualcosa di sbagliato mi ha sempre bloccata in tutto. Forse per questo ho maturato nel tempo una forte capacità di autocontrollo, che in termini filosofici significa aver permesso al mio SUPER IO di tenere per la gola il mio IO, fino a quasi soffocarlo. Ora devo tentare di rilassarmi, di affidarmi al mio IO, di lasciarmi andare, di sprigionare tutta la mia energia che poi è la mia anima. So che realizzarsi dal punto di vista affettivo non è tutto nella vita di una persona, sebbene sia, a mio avviso, un punto cardine. Purtroppo, per quanto riguarda l’ambito lavorativo, certezze altrettanto ferme non ne ho ancora maturate. Forse è troppo tardi per realizzare quel che sono, sfruttare a pieno le mie vere attitudini? So che, se così fosse, questo giocherebbe a mio sfavore nel progetto di essere me stessa, visto che coincide anche con quello di rafforzare la mia autostima. Vorrei poter essere utile agli altri utilizzando le mie capacità, dare il mio contributo all’umanità (fosse anche ad una vita) utilizzando tutto quello che la natura mi ha regalato. Ma perché è così difficile?? Perché, come spesso succede in molte avvincenti storie, spesso raccontate sui libri o al cinema, non capita anche a me di avere una illuminazione? Che mi succeda un qualcosa per cui io capisca in maniera chiara qual è la strada da seguire? Mi servirebbe quel pizzico di magia e fortuna che nella vita è lo spiraglio da cui intravedere il senso. So che devo partire da me, dalla mia conoscenza (è il principale motivo per cui ho aperto questo blog). Ci sto lavorando da tempo e colgo ogni volta nuove sfumature, come se stessi dipingendo il mio autoritratto con piccolissime pennellate alla volta.Sono una persona introversa, ma non timida, a cui piace osservare (guardare, ascoltare, annusare, toccare, assaggiare), riflettere, raccontare, ma anche ordinare, ricostruire, approfondire, ricercare. Sono una persona incline al riserbo, all’impegno, alla perseveranza. Ho difficoltà ad iniziare qualunque cosa sia nuova per me, ma una volta che l’ho fatto non mi ferma nessuno. Non amo relazionarmi col pubblico; preferisco rapportarmi con poche persone alla volta. Per questo rendo più se opero in un contesto tranquillo, senza troppe distrazioni, possibilmente da sola o con poche persone fidate. Non è da me affrettare conclusioni, parlare solo per proferir parola o fare colpo su qualcuno. Cerco di agire rispecchiando quello che penso, ma sono sempre pronta a cambiare idea o cambiare strada. Sono profondamente empatica. Mi piacciono i libri, il cinema, il teatro. Mi piace correre, ballare, stare all’aria aperta, sporcarmi le mani. Mi piace viaggiare. Mi piace mangiar sano. Mi piacciono i bambini, le persone con un guizzo di follia e originalità, le persone con un vissuto intenso, le persone che hanno grande cultura o grande saggezza. Mi piace la bellezza che c’è lì dove non la cercheresti. Non mi piace l’ignoranza, la volgarità, la prepotenza, l’ipocrisia, l’incoerenza tra il pensare e il fare, il moralismo, il perbenismo, la furbizia e la disonestà. E potrei continuare all’infinito con la lista dei mi piace e non mi piace…ma mi sono annoiata. Concludo questa chiacchierata con me stessa, scrivendo dell’anno appena trascorso: è stato caratterizzato da qualche problemino di salute, forti delusioni nell’ambito lavorativo e direi anche in quello dell'amicizia: della serie “pensavo fosse amore, invece era un calesse!” Fortuna che, grazie anche alla mia volontà, sono riuscita a stemperare alcune asperità nei rapporti che più di tutti mi interessano, ossia quelli con i membri della mia famiglia. Va molto meglio con mia sorella (superate di recente certe incomprensioni che ci hanno allontanato fin da questa estate), con mia madre (che ora è più propensa a farmi essere “a modo mio”) e con mio padre (che mi ha dimostrato di esserci anche in alcune difficoltà). E' proprio vero quello che mi dice il mio compagno: devo smetterla di avercela con il mondo. Speriamo sia di buon auspicio per il nuovo anno!



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4 aprile 2013
RIFLESSIONE 13 (la crisi e l'indolenza)

Provo, ormai da lungo tempo, uno stato di indolenza che sta diventando cronica, oppure già lo è. Se fossi una macchina elettronica potrei affermare di essere in uno stato di standby successivo ad un reset completo. Dovrei riformattarmi ma non ci riesco. Ho fallito su tutti i fronti. E quello che ora so fare tanto bene, lo ammetto, è lamentarmi senza trovare un rimedio. C’è chi mi dice che sono solo una vigliacca, una che si sottrae al compito della vita che alla fin fine è uguale per tutti: combattere ogni giorno contro le proprie paure e contro quelle degli altri per riuscire ad essere ogni giorno autentici e fieri di se stessi. Sono, fuori dai luoghi comuni, una donna “immobile”. In quanto malata cronica di indolenza (che è anche un peccato di dantesca memoria), so di essere causa del mio mal e di dover piangere me stessa, come ama spesso recitare il mio amico E. ancora oggi, ormai solo nella mia testa, ma sono quarant’anni che me lo ripeto e quarant’anni che non trovo la forza e il modo di svoltare. No che non ci abbia provato. E'che non riesco ad ottenere risultati determinanti. Tanta energia sprecata per scarsi risultati. Per questo non ho tanta stima di me stessa. Restare passiva, nel mio caso, non significa risparmiare energie. Tutt’altro, significa sprecarle. Ho sacrificato molto tempo della mia vita a formarmi per essere qualcosa per la società, ma forse non per me stessa. Ho tentato, maldestramente credo, di fare quello per cui sono titolata ma non è detto portata visto che i risultati non sono eclatanti, complice la crisi. Ma aldilà di qualche sporadica gratificazione, non certo economica, non mi sono poi tanto sentita fiera di me a tal punto da vivere a pieno la mia vita e convincermi che valga la pena continuare a combattere. C’è chi dice che in tempi crisi si deve approfittare per rispolverare i propri sogni dimenticati nel cassetto e darsi una possibilità di vita migliore. E’ pur vero che in tempo di crisi il rischio si fa esponenziale e tentar può nuocere. Oggi posso affermare che rientro in quella categoria di persone a cui non piace il rischio. Stamattina ho avuto una illuminazione, ma è di quelle che iniziano con “mi piacerebbe”, quindi da prendere sul serio quanto basta. Comunque, è pur sempre uno spiraglio di luce nelle tenebre più profonde. Un focus. Una possibile direzione da seguire. La mia vera natura (se per natura si intende attitudine, qualcosa che mi viene facile, spontaneo e mi fa star bene) sta nell’osservare. Io provo piacere anche fisico nell’osservare, nell’ascoltare, nel cogliere diversità e sfumature in quello che mi succede intorno. Starei il giorno intero a fare questo. Il mio “tendere all’infinito” è essere un occhio invisibile. Quello che mi piace osservare più di tutto sono le persone. La natura, l'arte sono indubbiamente somme espressioni della bellezza, ma quella che più mi emoziona è riuscire a scorgere la bellezza nelle persone. Non mi dispiace l’idea di poter intervistare persone, ascoltarne le storie, osservarne le movenze,i comportamenti,ammirarne i tratti della personalità e coglierne lo spirito. La personalità non è altro che uno “stile di vita”, un’impronta, un’immagine mentre lo spirito è il contenuto, il senso, l’energia e non sempre il primo è coerente col secondo (ammetto che l’analogia con word non sia delle più convincenti). Dove posso incanalare la mia energia, che si è ridotta a debole fuoco sotto le ceneri, per darle un senso prima che si spenga del tutto? Come posso trasformarla in un atto concreto, pratico, socialmente utile e quindi utile anche a me stessa e alla felicità mia e di chi mi sta accanto? La felicità è un dovere sociale, se ci si pensa bene. E’ dovere del singolo individuo rincorrerla per il bene di tutti. Se io sto bene, chi mi è intorno starà bene, anche perché io sarò nelle condizioni di poterlo aiutare se ne avrà bisogno. Qual è il ruolo sociale, oggi, che può permettere ad una come me di incanalare questa energia con facilità? Di essere utile e poter campare? ? La giornalista? ? La psicologa? ? La regista? ? La scrittrice? ? La fotografa? Ma una come me crede anche molto nella formazione, nell’esperienza, nella gavetta, non nella facile realizzazione del sogno. Non amo inseguire chimere. Un sogno va coltivato nel tempo. Sono cosciente che un sogno del genere abbia ora davvero scarse possibilità di realizzarsi. Ma proprio ora io ho il bisogno fottuto che un mio sogno si realizzi, perché sono in coma (o forse sono già un morto che cammina). Ogni giorno sento che le forze fisiche e mentali mi stanno abbandonando, non sento stimoli, non voglia di fare nulla che sia fine a se stesso. Non ho più interesse a vivere la mia vita. Ma sento che ho bisogno di ricominciarne un'altra che mi dia qualche speranza e mi faccia innamorare della vita su questa terra. A quarant’anni si può ricominciare da zero? Ne vale la pena? O bisogna continuare a muso duro per la strada intrapresa, che è costata tanti sacrifici a noi e ad altri, anche se non si è felici? E' saggio accettare quel che si è e andare avanti sgomitando, pur non sentendo quella pienezza dell'essere che alcune persone dicono di sentire perchè hanno trovato la loro strada? Tornando all'autoanalisi, se dovessi confessare uno dei miei grandi limiti è senza dubbio il non saper passare subito all’azione. Ma me ne si può dare una colpa? E' la mia natura. Io non sono azione, sono pensiero. Ecco perché la mia vita non ha una grande storia che la racconti. Forse per questo mi piacerebbe tanto raccontare le storie degli altri. Uno dei miei punti di forza, invece, è che se credo in qualcosa e mi si dà fiducia, offrendomi una possibilità di operare, sono in grado di impegnarmi anche fino a consumarmi. Una volta che ho iniziato sono un trattore. Ho una grande tenacia, questa si, verificata sul campo. In questi giorni non faccio altro che spostarmi da una seduta all’altra, senza andare da nessuna parte. Ho un grande desiderio di partire, di iniziare un viaggio avventuroso. Di rinascere. Neanche questa pasqua mi è servita. Mi resta solo di sperare che qualcosa succeda e di cogliere un segno.




permalink | inviato da lunainpiena il 4/4/2013 alle 9:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
13 novembre 2012
Rabbia

 

Mi scoppia la testa. So bene perché. Perché mi è salita la rabbia con lo stesso impeto con cui sale il livello dell’acqua in un bicchiere riempito da una mano assetata. Stavolta mi è bastato leggere casualmente su un quotidiano dei successi professionali (di cui già si era pubblicizzava) di un mio coetaneo.
Dovrei essere felice che si renda merito ad un giovane “cervello” italiano per il suo operato, perché si è saputo distinguere in patria così come all’estero per importanti ricerche scientifiche.
Dovrei. Invece no.
Mi sale la rabbia. Forse è tutta invidia? Non lo escludo. Soprattutto in un periodo in cui  ho ben pochi motivi per cui essere fiera di me (e pochi ce ne sono stati nella mia vita). Ma credo che tale rabbia sia stata generata dalla percezione di una sorta di “improvvidenza divina”, un’assenza di giustizia sovrumana che ovviamente risponde ad una personale logica di meccanica degli eventi.
Il giovane in questione l’ho conosciuto personalmente ai tempi della scuola. Il fatto è che non mi stava granché simpatico perché rappresentava ai miei occhi tutto il contrario del mio ideale di “persona giusta” (eroe positivo). Era il classico figlio di papà, belloccio, ben visto dai docenti, che studiava poco, recuperando alla fine dell’anno, ma che aveva sempre bei voti: non nego che in parte fosse dovuto alla sua intelligenza/furbizia, ma di sicuro era aiutato dal benvolere dei docenti ed era tra quelli che sapevano sfruttare il lavoro altrui, proprio di quei compagni (gli “sfigati” della situazione) che era solito sbeffeggiare alle spalle e snobbare fuori da scuola (io non ero tra quelli, non glielo avrei permesso). Dopo la maturità non l’ho più visto, ma so che ha fatto una eccellente carriera universitaria e post-universitaria, completando i suoi studi da ricercatore all’estero. Si è anche realizzato nella vita privata, sposando una bella ragazza che gli ha dato figli.
Ammetto da subito che la considero una persona in gamba, che ci ha saputo fare e ha creduto sempre in se stesso (partendo da un’alta considerazione di sé) e probabilmente, come lui stesso dichiara, è profondamente appassionato del suo lavoro/missione, a cui si dedica anima e corpo.
Ma penso che con queste ammirevoli doti ne esistano più di una di persone, che magari non sono diventate “eccellenze” (nazionali o internazionali) perché non hanno avuto la stessa fortuna di essere figli d’arte e di appartenere ad una famiglia benestante, il che di sicuro agevola di molto la costruzione della carriera (che va mantenuta con la farina del proprio sacco), non fosse altro che per le numerose possibilità di crescita e occasioni lavorative offerte sin da subito.
Ma quello che mi suona come una profonda ingiustizia è il pensare che ce l’abbia fatta uno come lui che (per quanto non gliene voglia...perché a me non ha fatto niente di male!), nella mia fantasia adolescenziale identificavo, usando metaforicamente il linguaggio cinematografico, come “il cattivo” della situazione (l’eroe negativo), il privilegiato, lo snob a volte spocchioso.
Nelle storie che ci raccontano sin da piccoli o che vediamo rappresentate sullo schermo nelle favole moderne, alla fine il riscatto è della persona che, pur partendo svantaggiata, con impegno e sacrificio e con l’aiuto della divina provvidenza, un bel giorno riesce ad emergere e da brutto anatroccolo si trasforma in un bellissimo cigno. Ho sempre avuto questa visione escatologica e creduto nella possibilità di questa metamorfosi positiva. Forse è il semplice retaggio di una educazione cattolico-borghese da cui non riesco a liberarmi del tutto. Ed è inutile dire che io mi sono sempre vista come il brutto anatroccolo della situazione (e non certo l’unico) e mi sono aggrappata all’idea del riscatto umano (se non sociale). Ero convinta che alla fine qualcosa di magico sarebbe successo nella mia vita. Ma così non è stato.
Io mi sento lontana anni luce dal concetto di rivincita, di “successo”, anche nella semplice accezione di anonima realizzazione personale. Sento di aver fallito in toto. Ho fallito in ambito professionale perché non ho raggiunto l’eccellenza (a cui in fondo una parte di me ha sempre ambito), ma neanche quella certezza di saper far bene il proprio lavoro che rende sicuri, orgogliosi e fieri (forse perché in fondo è un lavoro che non amo abbastanza o ho imparato a non amare perché non ne sono all’altezza). Lo stesso vale per l’ambito personale: ad oggi non ho costruito un io solido (forse perché ancora dipendo economicamente e mentalmente dalla figura materna), tanto meno una mia famiglia (e sono biologicamente in ritardo). Mi sento fragile, in equilibrio precario, stanca e priva di entusiasmo. Non riesco a dare il giusto valore a me stessa, alla mia vita. La vita in sé mi risulta indifferente, spesso insopportabile.
Mi sono arresa. In questo periodo volentieri mi libererei di un ruolo in cui non credo, fatto di aspettative altrui, disattese, che sono diventate anche mie. Manderei a quel paese tutti i sacrifici fatti e le tappe conseguite visto che non mi hanno portato a niente, neanche a sentirmi fiera di me e profondamente serena (seppur sconfitta), se è troppo dire felice.
A che serve un “successo sociale” se ci si scopre profondamente infelici? A che serve continuare sulla stessa strada, tenacemente, se si prova rabbia o invidia, e ci si sente una merda?
Il successo è la felicità, star bene con se stessi, saper essere se stessi fino in fondo.
 
Oggi voglio non pensare a cosa è giusto essere, ma voglio poter essere con semplicità per sentirmi viva. Vorrei che qualcuno mi aiutasse a capire me stessa, cosa sono e cosa voglio essere, prima che sia troppo tardi, perché da sola non ci riesco. Vorrei cominciasse il mio anno zero.



permalink | inviato da lunainpiena il 13/11/2012 alle 19:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
10 ottobre 2012
RIFLESSIONE 12 (calma piatta)

 

E’ un periodo di stasi, di immobilità, di tempo sempre uguale.

Forse la calma prima della tempesta.

Mai più prepotentemente di adesso scorrono nella mia mente, come fossero insegne a led, termini quali FALLIMENTO, INETTITUDINE, PARASSITISMO, SPRECO.  La mia volontà è come assopita, anestetizzata dalla rassegnazione. Non riesco a reagire, a smettere di compiangermi e riprendere il controllo della mia vita. CONTROLLO. Un’altra parola insistente nei miei pensieri.

Mi sono resa conto che la mia vita è stata da sempre un tentativo vano di assumere il controllo di tutto: il controllo del mio corpo, il controllo della mia mente, il controllo degli altri.

Addirittura il controllo degli eventi.

Fatica inutile. La mia prima frustrazione deriva dalla consapevolezza che non sono riuscita a controllare un bel niente. Ho sempre avuto una grande determinazione, il senso della sfida, la capacità di impegnarmi oltre misura, oltre i limiti del mio corpo (che tanto faceva quello che voleva la mia mente). Tanto bastava a darmi la convinzione che nella mia vita avrei ottenuto quello che volevo, conseguendo i successi meritati in ogni campo. Invece. Mi ritrovo qui, in penombra, con la mia candela consumata oltre la metà, a vedere sempre meno. Scopro che il mio consumo incessante di energie e la mia stanchezza non derivano da un “correre verso”, ma da un “correre lontano da”. E’ come se avessi trascorso ogni momento della mia vita ad allontanarmi da ciò che più volevo, da ciò che sono. Non so se per desiderarlo di più, o forse perché in fondo credevo di non meritarlo. E’ come quando ci si allontana da un oggetto per vederlo meglio e desiderarlo di più. Come quando da piccola trattenevo a lungo le feci per poi provare quella sensazione di liberazione, che è un piacere sia fisico che mentale.  

La mia illusione è stata quella di avere tutto il tempo per recuperare. Ecco, volevo controllare anche il tempo. Ho peccato di superbia. Chi sono io per sfidare il tempo? Ma questa sfida ancora oggi mi inietta adrenalina in grande quantità. Io la chiamo LA VERTIGINE DEL TEMPO. E’ un piacere mentale che diventa a volte anche fisico (una sorta di massaggio al cervello).

Ma la realtà è che ho perso la sfida, ovviamente.

Non sono mai stata padrona del mio tempo, né mai lo sarò. Il tempo è fatto solo per essere vissuto. E’ inafferrabile, non si può plasmare a nostro piacimento. L’ho solo sprecato, giocandoci senza comprenderne a pieno il valore.

Ho vissuto sempre in quel limbo fatto di rimandi, di attese, di speranze, di sogni, che forse non erano neanche i miei. Un limbo che è stato il mio rifugio ma anche la mia tomba.

Ed oggi mi ritrovo a mani vuote, a pensare a quello che sarebbe potuto essere se solo fossi rimasta meno in quel rifugio. Ho peccato di presunzione, ho peccato di pigrizia, ho peccato di codardia. Mi sono tradita.

Oggi che l’ho capito, che ho questa visione chiara nella mente e nel cuore, oggi mi sento stanca, stanca nel fisico, stanca nella mente. La mia volontà è picconata dalla sensazione che ormai sia tutto inutile. La mia volontà si sta a poco a poco sgretolando. Ed io aspetto, aspetto che accada. Mi guardo morire.

Non sento più dentro di me quel soffio vitale, quella spinta che dà a tutto un senso.

Non sento più quella bellezza dell’essere.

Ho un incommensurabile bisogno di “riappacificarmi con la vita”, di sentire di nuovo che tutto è ancora possibile. Di volere essere. Ho bisogno di scoprire chi sono.

E solo dopo potrò correre verso me stessa, senza più esitare un attimo.

Accadrà?




permalink | inviato da lunainpiena il 10/10/2012 alle 12:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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Questo spazio non è niente più che il vomitatoio della mia mente dove rigetto quei pezzi della mia vita che spontaneamente affiorano in superficie. Non tutto quello che rimetto è stato metabolizzato o anche solo digerito. Per mia volontà è uno spazio di libero accesso per chiunque passi per caso di qui. Il vomito non è mai una gran bella cosa da vedere, per cui da parte del viandante occasionale non mi aspetto ammirazione nè tanto meno consigli, consolazione o comprensione. Ma, come per tutto quello che appartiene al proprio intimo, chiedo quantomeno rispetto e capacità di andare oltre la superficie. Quello che mi sarà sempre gradito è lo scambio di idee (meglio se diverse) e la possibilità di conoscere altri punti di vista. A tutti il mio saluto.



IL CANNOCCHIALE